di Francesco Mocellin
Come noto le produzioni del “Cirque du Soleil” nascono a misura di chapiteau dove vengono presentate seguendo abitualmente il tour classico: dopo il debutto e la permanenza a Montreal – dove si trova la monumentale sede della compagnia sulla II Avenue – gli spettacoli toccano Canada e Nord America, Europa, Asia Oceania cui spesso seguono dei ritorni in alcune città (come Montreal) con qualche rivisitazione al programma. Quindi, salvo qualche caso in cui la tournée si conclude anzitempo – generalmente per i titoli considerati di minor successo, le produzioni vivono una seconda vita con un giro presso le arene e i palasport del mondo, visitando città non toccate in precedenza e con date generalmente poco più lunghe di un week end. Ovviamente gli spettacoli vengono rimodellati in funzione della nuova tipologia di location perdendo, in qualche caso, un po’ del loro fascino e della loro efficacia originari.
Lo scorso anno l’Italia ha ricevuto la visita del titolo di maggior successo e più iconico dell’intera produzione del colosso del Quebec, ovvero “Alegria in a New Light”, una sorta di rimasterizzazione del classico che aveva visto la luce addirittura nel 1994. Quest’anno è toccato ad “Ovo” visitare solo Roma e Bergamo nella versione per le arene.
Si tratta di uno spettacolo concepito nel 2009 per la regia di Deborah Colker, brasiliana di Rio, prima donna a ricoprire questo ruolo nella storia del Cirque du Soleil.
Il plot della produzione – molto leggero, come spesso accade – vede una storia d’amore ambientata in un ecosistema di insetti con tre caratteri principali come protagonisti. Invero, l’ambientazione non ci ha mai entusiasmato particolarmente pur rivelando qualche passaggio intrigante. Rispetto alla versione originaria sotto chapiteau vista poco dopo il debutto nel 2009 quella offerta alla Choruslife Arena di Bergamo (una location dalla collocazione in un contesto architettonico non banale, tra l’altro) è sembrata più compatta, impostata classicamente su una successione di numeri tutti di buon livello anche se senza eccellenze assolute, con alcune sostituzioni nelle tipologie. Su tutti ci piace segnalare la celebre apertura riservata all’antipodismo con l’utilizzo di attrezzi contestualizzati (fette di kiwi e bozzoli), il duo alle cinghie aeree, la troupe di uomini (insetti…) volanti con prese alle mani, il filo molle, l’acrobatica in chiusura che mescola fast track, salti al trampolino con arrivi al muro. Decisamente poco efficace e petulante la comicità ma questo è un problema che si riscontra spesso nelle produzioni del Soleil.
In definitiva, il prodotto complessivo che la compagnia di Montreal propone al pubblico si rivela ancora molto gradito al pubblico. Dal punto di vista estetico il Cirque du Soleil è una macchina che eccelle molto più nella concezione e nell’allestimento dei numeri singoli che non nella creazione drammaturgica dello spettacolo in sé.








