di Vittorio Marini
Filippo Ruffa era uno dei quattro clown “tascabili” (come li definì Enrico Bassano) del Circo Liana, Nando, Rinaldo Orfei anni ’70. Ma lui non era solo un clown di serata che con i suoi tre compagni s’introduceva negli intervalli tra un numero e l’altro compiendo piccole gags, avvicinando con un giochetto i bambini attaccati agli orli della pista o offrendo palloncini colorati, bandierine e programmi. Filippo scriveva versi, era un poeta.
Enrico Bassano così scriveva di lui: “Me lo confessò una sera, con voce tenera e flebile, proprio come quella di un bimbo che confessa ad un amico più grande, di aver compiuto una marachella, e che è in attesa di una sgridata o addirittura di una punizione. Gli abbiamo chiesto di farci leggere qualcuna delle sue poesie…………fin dai primi versi ci siamo trovati a contatto con una materia autenticamente poetica, sia di contenuto, sia di espressione.”
Vi riporto queste tre poesie che mi hanno sorpreso e soprattutto commosso.
IL TUO NOME. A nessuno ho detto il tuo nome, ma lo ripeto a me stesso, mille volte al giorno, pian piano, sottovoce. E’ tanto dolce e mi fa compagnia: al solo sussurrarlo mi sento meno triste.
Il tuo nome sei tu, ed io lo confesso al vento e lo racconto alle stelle uniche amiche della mia tristezza. Sono loro che dall’alto sorridono alla mia solitudine mentre un alito di vento mi riporta la tua voce. Ma il tuo nome lo so soltanto io.
SOLITUDINE. Son solo con la triste compagnia dei miei pensieri e l’eco dell’ultimo suo bacio che rotola pian piano nel silenzio.
L’immagine del suo bel volto con lo sguardo dolce e infelice sempre passa e ripassa davanti agli occhi miei.
Son solo a cullare il mio dolore nell’ombra grigia della sera; ma ti ringrazio mia solitudine perché mi fai pensare solo a lei.
GIOIA DI UN CLOWN. Chiuso era il tendone e vuote le gradinate, nell’interno del circo regnava il silenzio.
Più non si sentivano i ruggiti dei leoni, i barriti degli elefanti e lo scalpiccio dei cavalli.
Calata era la notte, ma un piccolo lamento giunse dall’angolo più buio del vasto accampamento.
Rotta la quiete notturna dal pianto di un clown col volto ancora ferito dai solchi del cerone; in lacrime esprimeva la sua gioia per aver dato a tutti l’allegria.
Filippo Ruffa nacque in Calabria nel 1939 e morì a Prato nel 1985 a soli 46 anni. Era alto 85 cm.; le doti che lo contraddistinguevano erano bontà, eleganza, altruismo, umiltà e saggezza. L’amicizia con Federico Fellini, che lo volle in molti dei suoi film, gli permise di conoscere tanti nomi eccellenti del mondo letterario e dello spettacolo, da Pasolini a D’apporto a Villaggio. Indossando i panni del clown sorridente e malinconico, ha saputo strappare il sorriso ai bambini che lui amava al di sopra di ogni altra cosa.
Ritornava spesso al suo paese d’origine raccontando della sua vita “errante”. Andava fiero soprattutto della “sua felicità” per aver saputo far sorridere i bambini di tutto il mondo.

